Recensioni

Video recensione di Rossella Martielli (28 dicembre 2011)

La Bottega di Hamlin (11 dicembre 2011)
Cassonetti
 è il titolo del romanzo d’esordio di Gianluca Antoni, giovane psicoterapeuta marchigiano. Un esordio riuscito come pochi, visto che l’autore, dopo un inizio leggermente singhiozzante, riesce a catturare l’attenzione del lettore fino all’ultimissima pagina. Il libro racconta la vite e le ansie di un gruppetto di studenti universitari fuorisede, che condividono cioè la prima convivenza della loro vita adulta, un’esperienza forte e indimenticabile come poche. Negli anni in cui tutto sembra possibile e persino i sogni più lontani e irrealizzabili sono a portata di mano, la vita scorre a un ritmo più lento, un incedere confuso e incerto verso una maturità agognata e al tempo stesso temuta.
Sono questi gli anni in cui si scopre davvero il mondo, fuori dalla casa in cui si è cresciuti, lontano dalla propria città natale e da tutto ciò che è familiare, gli anni in cui si comincia a scoprire anche se stessi, i bisogni e le paure più profonde; lo si fa attraverso il progressivo disvelamento di un dolore nuovo, quelle prime sofferenze adulte che ci cambieranno per sempre, segnando lo spartiacque tra la spensieratezza giovanile e l’ insieme caotico di tormenti, ricordi e doveri della maturità.
A vent’anni come a venticinque ci si sente sperduti, tristi, euforici e irrequieti, ci si perde mille volte per poi ritrovarsi irrimediabilmente cambiati, preda di cambiamenti più o meno radicali, perché è così che va la vita e dovremo accettarlo, in barba a tutta la retorica giovanile e ai discordi senza senso fatti sul far dell’alba, ancora in giro per le strade di una città deserta, ubriachi di alcol e di un amore sempre più lontano e disperato. Cassonetti parla di tutto questo, e lo fa costringendoci a ricordare l’età che più di ogni altra ha segnato – o segnerà – la nostra esistenza, restituendo ai lettori l’atmosfera malinconica e rarefatta di un sogno lucido, un combattuto alternarsi di passato e presente che rende alla perfezione i tormenti dei giovani protagonisti, apparentemente superficiali, mai futili, e l’eterna ricerca dell’amore che caratterizza la vita di ogni essere umano.
Cassonetti, infatti, è un romanzo che parla d’amore senza avanzare pretese su di esso: i sentimenti non vengono mitizzati né ammantati di cinismo, sono semplicemente raccontati nel loro eterno e immutabile divenire, con la consapevolezza che in fondo ogni storia d’amore è uguale a tutte le altre e al tempo stesso unica, irripetibile.
Mai più si guarderà il mondo come lo si guardava a vent’anni, e forse è per questo che a tratti di Cassonetti provoca una lieve vertigine, un’ineffabile e inesprimibile malinconia; è la nostalgia di chi si guarda indietro e tra le pagine riconosce qualcosa di sé, della propria esistenza e delle prime, inevitabili delusioni. Scritta in maniera egregia, ricca di metafore geniali e irriverenti, acute e ironiche, la storia di Peter e dei suoi amici DavideMatteo e Diego è la storia di ognuno di noi, pezzi di vita fermati in istantanee da custodire gelosamente mediante quel misterioso e affascinante meccanismo che è la memoria umana, che conserva e cancella a suo piacimento, restituendoci di volta in volta quello di cui abbiamo più bisogno, quello che abbiamo perso e che forse un giorno ritroveremo.
L’autore, infatti, non resiste alla tentazione di un lieto fine che è forse la scena meno plausibile del romanzo, ma gliela si perdona volentieri: la speranza è sempre l’ultima a morire, e sarebbe bello credere fosse così anche per l’amore…

Rossella Martielli (Sololibri.net, 7 dicembre 2011)
“Cassonetti” di Gianluca Antoni (Italic, 2010) è uno degli esordi letterari italiani più interessanti degli ultimi anni, un piccolo-grande capolavoro che meriterebbe più attenzione da parte di lettori e critica. Ma in Italia, si sa, le concentrazioni di potere in ambito editoriale controllano la quasi totalità del mercato dei libri, e per le case editrici medio-piccole è sempre più difficile emergere, anche quando si sfornano gioiellini come questo “Cassonetti”, romanzo che mi ha fatta ridere, piangere e commuovere come mi succede di rado.
Gianluca Antoni, giovane scrittore e psicanalista di Senigallia, imbastisce una trama e atmosfere che ricordano vagamente quelle del più famoso (e meno bello) “Jack frusciante è uscito dal gruppo”. Inno spensierato e disperato a una gioventù perduta, che scivola via tra le mani di chi ancora si sforza di trattenerla, di conservare i sogni e le illusioni che la maturità inevitabilmente spazzerà via, sostituendoli con una rassicurante e grigia normalità, “Cassonetti” è la storia di un gruppo di universitari – Peter, Davide e Matteo – che vivono insieme condividendo gioie e dolori, esami universitari e amori finiti male. E proprio l’amore è uno dei nuclei tematici principali del romanzo; viene affrontato in una prospettiva tipicamente giovanile, la prospettiva che è appartenuta a ognuno di noi negli anni vissuti sospesi tra un residuo di giovanile fede nell’amore e l’incombente cinismo che per molti coincide con la maturità.
Protagonista del romanzo è Peter, studente fuori sede con un’insana quanto comica passione per gli annunci matrimoniali – su cui incentrerà addirittura la sua tesi di laura – innamorato perso di Valentina, ragazza dagli occhi grigio fumo conosciuta per una serie di strabilianti coincidenze che rappresenta l’amore vero, quello dei vent’anni, destinato a imprimere nel cuore tracce profonde e indelebili. In un’alternarsi di passato e presente che altera il principio di sequenzialità temporale per adeguarlo all’andamento caotico dell’esistenza umana, la vicenda amorosa di Peter e Valentina si dipana secondo un copione unico e classico, che, pur nella differenza, accomuna tutte le storie d’amore tormentate e dolorose, alternandosi a esilaranti scene di vita quotidiana, discorsi lunghi e inconcludenti finalizzati a porre l’accento sulle mille e più contraddizioni della società e della vita in sé, che regalano al lettore metafore e aforismi che fanno sorride e riflettere.
Il romanzo di Antoni mi ha sorpresa, catturando la mia attenzione e costringendomi a riflettere come non facevo dai tempi dell’università; in un certo senso, per la durata di questo romanzo mi è sembrato di avere ancora vent’anni con tutti i tormenti, i dubbi e gli assurdi sogni che caratterizzano quel periodo in bilico tra fanciullezza e maturità, pensieri accantonati in favore di una vita frenetica e una dose di cinismo direttamente proporzionale alle delusioni ricevute.
Unica pecca di “Cassonetti”, a mio avviso, è un finale che definirei “buonista”, un po’ in contrasto con lo spirito malinconicamente realista che caratterizza il romanzo; si ha come l’impressione che l’autore non osi essere amaro fino in fondo, volendo lasciare al lettore la speranza che forse ogni cosa si aggiusterà, che l’età adulta non coinciderà con lo spegnersi dei sogni. Non ci sarebbe nulla di male in un simile finale, se non fosse che nemmeno l’autore sembri crederci fino in fondo.

Polvere alla Polvere (3 dicembre 2011)
Cassonetti
, romanzo d’esordio dello psicoterapeuta Gianluca Antoni, racconta la storia di quattro scapestrati studenti universitari, alle prese con i piccoli e grandi drammi tipici della loro età: imprese goliardiche, crucci esistenziali e amori tormentati. Sullo sfondo di una Padova che sembra sospesa nel tempo, Peter, assiduo lettore di annunci matrimoniali, Davide, disincantato osservatore della realtà, Matteo, ostinato maniaco della pulizia, e Diego, inetto slacciatore di reggiseni, si divertono a piazzare i cassonetti dei rifiuti al centro della strada e a suonare i campanelli delle abitazioni per poi fuggire. Nel contesto svagato e ironico che permea il romanzo non mancano, però, le sferzate alla società odierna, con i suoi riti, i suoi vizi e le sue falsità. L’opera infatti offre uno sguardo disincantato di una generazione senza punti di riferimento, alla ricerca di valori assoluti e integerrimi. Il titolo del romanzo, Cassonetti, è una metafora del disagio esistenziale che tormenta i protagonisti, i quali si rifiutano di essere una delle tante gocce che sparisce senza lasciare il segno.
Interessante la costruzione temporale: il romanzo, diviso in cinque parti, racconta la storia dei protagonisti descrivendo tre giornate della loro vita esattamente a distanza di un anno, le une dalle altre. Antoni gioca col tempo facendo di una trama apparentemente lineare un circolo di eventi, una giostra di situazioni che si ripetono in un particolare déjà vu, e che conduce i protagonisti ad incontrare se stessi senza riconoscersi mentre compiono le medesime azioni. Il linguaggio utilizzato dall’autore è diretto e informale, e si adatta al contesto giovanile e quotidiano descritto dalla storia, conferendo pragmatismo all’azione.
Una lettura gradevole e rilassante che invita alla riflessione.

Libri e Recensioni.com (17 novembre 2011)
Cassonetti
 è un romanzo particolare che richiede, per poter essere apprezzato, di lasciare un po’ da parte il filo logico relativo al normale scorrere del tempo, in modo da poter seguire la storia dove questa va. Antoni, infatti, ci mostra quattro amici – perfetta reppresentazione dei ragazzi di oggi – descrivendoci, come da trama,tre giornate della loro vita, esattamente a distanza di un anno le une dalle altre, in un susseguirsi ed intrecciarsi di avvenimenti che può inizialmente lasciare un po’ confusi ma che, una volta colto il senso della narrazione, si rivela il punto forte del libro.
Eventi che vengono vissuti e rivissuti, visti dal di fuori dagli stessi protagonisti con occhi diversi, daranno ai ragazzi (ed al lettore) una visione differente dei piccoli e grandi accadimenti della vita quotidiana. I cassonetti che danno titolo al romanzo sono un gioco, e in parte uno sfogo, che questi usano, un modo per sentirsi ancora ragazzi (cosa che in effetti sono) che si contrappone al disagio generazionale che vivono nel confrontarsi con una realtà che, raramente, favorisce le loro aspettative. Quattro giovani diversi, con sogni, desideri e paure differenti, ma sempre pronti a sostenersi l’un l’altro, in nome di quell’amicizia che rappresenta, molto spesso, l’unica risorsa per affrontare il mondo esterno.
Un romanzo divertente ed ironico seppur velato di malinconia, con uno stile fluido e che utilizza proprio il linguaggio dei giovani d’oggi per ritrarne la voglia di crescere ma anche le paure. Peter, Davide, Matteo e Diego, quattro vite legate insieme in un romanzo che, tra tristezza e risate, malinconia e gioia, amore, sesso e amicizia, avvincono il lettore accompagnandolo velocemente all’epilogo. Intrigante e particolare.
(M.G.)

Marta Pancaldi (Pensieri d’Inchiostro, 21 settembre 2011)
Non è facilissimo per me scrivere questa recensione. Forse perché Cassonetti è un libro di un genere insolito, così particolare che definirlo “di narrativa” – come ho scritto tra i dati del romanzo non avendo saputo trovare niente di meglio – mi pare piuttosto riduttivo.
Come si può facilmente notare leggendo il riassunto, Cassonetti non è un romanzo come gli altri, ed è per questo che non mi è facile nemmeno parlarne (anche perché, mentre lo leggevo, avevo l’impressione di essere troppo “piccola” per la storia che mi veniva proposta, considerato che i quattro protagonisti frequentano l’università e che vivono in un modo in cui mi è difficile identificarmi, avendo un po’ di anni in meno), ma ci proverò lo stesso.
Di che parla Cassonetti? Be’, in poche parole potremmo definirlo la storia di quattro ragazzi, diversi eppure così rassomiglianti, che trascorrono i loro anni dell’università condividendo un appartamento e vivendo appunto tra “imprese goliardiche, crucci esistenziali e amori tormentati”. Detta così, forse la trama non sembra niente di che, e vi do ragione se lo pensate, ma è il modo in cui questa storia è stata raccontata che ha preso il libro speciale.
Prima di tutto, mi è piaciuta molto la trovata di stravolgere quasi completamente l’ordine cronologico dei fatti: i personaggi vivono esperienze, tra innamoramenti, ubriacature e varie stupidate giovanili, e spesso si ritrovano a rivivere le stesse scene con loro attori come spettatori esterni e più o meno inconsapevoli. In pratica, è un continuo gioco di dejà vu ignari e involontari, per un effetto forse in un primo momento un poco sconcertante, ma che alla lunga si rivela il vero punto forte di questo romanzo.
Sì, ma che c’entrano i cassonetti?, chiederete voi. Ebbene, per quanto strano possa sembrare, essi hanno un ruolo chiave. Forse la difficoltà maggiore è trovare un’interpretazione plausibile di questa faccenda dei cassonetti, perciò quella che segue è una considerazione strettamente personale: vedendo che il motto del blog dell’autore è “Sogni nei cass(on)etti” e che proprio uno di questi dejà vu vede protagonisti appunto i cassonetti, ho pensato che la “morale” di questa storia consista in un parallelismo tra i “sogni nei cassetti” e i “sogni nei cassONetti”, intesi da me probabilmente come sogni infranti. Ovviamente non pretendo che questa interpretazione sia valida per tutti, ma almeno a me – che, ripeto, non ho trovato facile la lettura di questo romanzo per i motivi di cui sopra – è sembrato un messaggio plausibile.
Mi è piaciuto molto anche come è scritto: la narrazione è in prima persona al presente, secondo il punto di vista di Peter, uno dei quattro protagonisti, ed è serrata e ricca di riflessioni interessanti. Stessa cosa vale per i dialoghi, che sono realistici e ben caratterizzati, oltre che, a mio parere, riuscitissimi: certe battute sono così fulminanti che mi hanno fatto morire dal ridere. L’unico difetto di questi ultimi è che ogni tanto ci sono intere pagine in cui si alternano le battute dei diversi personaggi, e alla lunga non è facile capire chi sta parlando, ma si tratta di una mancanza che non mi ha disturbato più di quel tanto. Sarebbe stato molto peggio, per dire, che i dialoghi fossero stati in questo modo:
«Bla», dice Tizio.
«Blabla», risponde Caio.
«Blablablabla», replica Sempronio.
Quindi sì, trovo che questo sia un difetto veniale.
Allora perché ho dato “solo” tre stelline e mezzo e non quattro o più? Il motivo è semplice: capisco perfettamente che si tratti di un modo per caratterizzare meglio i personaggi – che, essendo ventenni, è naturale che parlino in un certo modo -, ma purtroppo non mi vanno a genio quei libri dove c’è una parolaccia o un riferimento anche piuttosto spinto al sesso ogni due per tre. Insomma, trovo che i miei stessi coetanei facciano un uso eccessivo di parole volgari, ma fortunatamente non tutti sono così, e per questo non mi piace che un cliché preveda che più o meno tutti gli adolescenti/giovani parlino in questo modo.
Questo, naturalmente, serve a mostrare la condizione disagiata dei quattro protagonisti, e ci riesce anche bene: se si fosse trattato di un personaggio o due, sarebbe stata una scelta riuscitissima, ma se tutti o quasi si esprimono nello stesso modo, alcuni stomaci un po’ delicati potrebbero risentirne. Questo però, ribadisco, è un giudizio personale e una semplice constatazione.
Quindi, ve lo consiglio soprattutto se siete adulti e volete farvi due risate ripensando agli anni dell’università, ma in ogni caso, volgarità a parte, trovo che sia un romanzo che possa piacere un po’ a tutti.

Gabriele Pieroni (What’s Up, maggio 2011)
I giovani non dovrebbero mai smettere mai di sognare: c’è sempre la possibilità di ridimensionare o trasformare i desideri, crescendo. Ma non quella di ricreare la propria capacità di immaginazione“. Così Gianluca Antoni, giovane psicologo e formatore, sintetizza per What’s Up il nucleo del suo primo romanzo: Cassonetti. Pubblicato da Italic (peQuod), è un romanzo incentrato sulla vita universitaria di Peter, Davide, Diego e Matteo, scapestrati studenti dell’Università di Padova alle prese con la vita di tutti i giorni e le grandi domande della vita. Il tutto condito di una feroce e schietta ironia. Che vorrebbe allontanare il momento dell’assunzione di responsabilità in un eterno presente fatto di episodi minimi e banali, superabili semplicemente con le energie della giovinezza. Antoni descrive con precisione da entomologo le avventure universitarie dei suoi ragazzi, tra feste, sbronze, piccole depressioni da esame, la spesa al supermercato e le prime promesse d’amore eterno, cercato e mai trovato. Ma l’autore non si lascia trascinare fino in fondo dalla semplice enumerazione goliardica di episodi universitari. Srotola il nastro del tempo in una costruzione narrativa davvero ardita. Pur mantenendo un andamento lineare, il romanzo, come in un film di fantascienza, ripropone ai sui stessi protagonisti scene provenienti dal loro passato o futuro. Che però nessuno riconosce, e rivive da un punto di vista differente. Quasi a dire che nemmeno il tempo domina per intero le nostre vite. Ma sono le nostre scelte, passate e future, a disegnare i tratti di chi siamo e saremo.
Il tuo romanzo è imbevuto di vita universitaria, come mai questa scelta?
Perché ho cominciato a scriverne alcune parti quando frequentavo la facoltà di psicologia. E perché considero gli anni dell’università un importante periodo “esistenziale” tra la gioventù e la vita adulta.
I tuoi protagonisti appartengono ad una generazione prima di quella dei ragazzi degli “Anni Zero”
È vero. Le prime avventure descritte in Cassonetti risalgono a più di 10 anni fa. Non ci sono i cellulari, ad esempio. Ma molti studenti che hanno letto il mio libro oggi mi scrivono che sono riusciti ad identificarsi con i miei personaggi. Questo dimostra come le domande e le aspettative dei giovani siano sempre le stesse.
Quali?
La volontà di essere protagonisti di un futuro che sfugge totalmente. E che li vuole parte di un ingranaggio che ora possono permettersi di criticare, ma con il quale, un giorno, dovranno scendere a patti.

Saverio Spadavecchia (L’Azione, 14/05/2011)
Romanzo per quattro studenti
Presentato sabato 7 maggio , presso la Biblioteca Comunale “R. Sassi” il libro del senigalliese Gianluca Antoni “Cassonetti”, un romanzo che racconta di quattro studenti universitari fuori sede alle prese con la routine ed i problemi della vita lontano da casa, e gli amori. Romanzo d’esordio (pubblicato da Italic peQuod) ambientato in una Padova sospesa nel tempo, diviso in cinque parti che descrivono tre giornate della vita dei protagonisti ad un anno di distanza le une dalle altre.
Ma con una caratteristica particolare, non c’è una linea temporale precisa, una sorta di grande puzzle che si compone nell’arco di duecentoquaranta pagine fino al finale. Il libro uscito nel novembre 2010 (il critico Giovanni Pacchiano de”Il Sole 24 Ore” che lo ha definito“Arruffato, scanzonato, beffardo. Irrisolto, come il ume della vita”) è un libro sostanzialmente autobiograco ma che descrive personaggi che assomigliano ad ogni studente universitario fuorisede, ognuno con una propria vita e personalità ben definite.
Peter, un assiduo lettore di annunci matrimoniali; Davide, disincantato osservatore della realtà; Matteo, ostinato maniaco della pulizia e Diego inetto slacciatore di reggiseni si incontrano per la prima volta mentre portano a termine la stessa “impresa”: posizionare dei cassonetti nel mezzo della strada per vedere le reazioni dei basiti automobilisti di passaggio. Scritto in maniera leggera, con dialoghi rapidi ed ironici come nel caso del dialogo tra Peter ed uno dei suoi coinquilini mentre illustra le sette categorie di inserzionisti matrimoniali da utilizzare per la tesi.
Il romanzo affronta anche temi profondi, come il “confronto” di uno dei protagonisti con la morte del padre durante la rappresentazione di uno psicodramma (ovvero l’esteriorizzazione rappresentativa dei vissuti personali), toccando il cuore di tutti i presenti nella sala.

Roberto Sturm (Carmilla, 21/05/2011)
Il mondo visto dai giovani: due esordi
Gianluca Antoni, Cassonetti, Italic, Ancona 2010, pp. 234, euro 16,00 e Beniamino Cavalli, Non ci sono per nessuno, Italic, Ancona 2011, pp. 354, euro 18,00.
Marco Monina e Antonio Rizzo – in attesa del pieno ritorno in pista del marchio PeQuod – continuano il loro felice lavoro di valorizzazione di autori esordienti: Diego De Silva e Mario Desiati sono solo due dei nomi tra i tanti scoperti negli anni, molti dei quali poi migrati verso grandi case editrici. Per Italic, adesso, propongono due opere prime che hanno come filo conduttore il mondo visto e vissuto dai giovani: uno sguardo disincantato, quasi asettico, di una generazione senza punti di riferimento. Precariato, instabilità economica, bagarre politica e abisso sociale sono i prodotti di una società dei consumi e dell’immagine dove si è perso il senso della solidarietà generazionale e i poteri forti tentano, da anni, di negare i diritti dei lavoratori più deboli per tenerli, con il ricatto occupazionale, a loro completa disposizione.
Cassonetti, di Gianluca Antoni, è la storia di quattro universitari, Peter, Davide, Matteo e Diego, che condividono lo stesso appartamento, le stesse amicizie femminili, gli stessi tormenti esistenziali e gli stessi problemi pratici.
Studiano a Urbino, la città più universitaria delle Marche, e le goliardate non mancano. Non mancano neanche, però, le stoccate alla società odierna, con i suoi riti, i suoi vizi, le sue falsità. Il rapporto tra i quattro ragazzi – che finiscono per diventare amici – è solido nonostante i caratteri diversi. Uno è gay, gli altri, seppure disillusi, alla ricerca di un amore che possa farli uscire dal limbo di una vita monotona e ripetitiva.
Il romanzo è pervaso da una triste ironia (non per niente ci sono citazioni di Claudio Lolli e Ivano Fossati) in cui spesso i protagonisti si crogiolano, come se cercassero, masochisticamente, un annullamento che dovrebbe portar via anche le paure, i dubbi e le frustrazioni.
La trama si snoda su tre giorni della loro vita, a distanza di un anno l’uno dall’altro, dove i protagonisti, nonostante i cambiamenti delle loro esistenze, ripetono quasi metodicamente gli stessi gesti, le stesse parole e ripercorrono situazioni analoghe, sempre alla ricerca di valori etici (e non morali) che qualifichino il loro vivere: come sospesi in un tempo immobile non si riconoscono nel proprio passato e finiscono per ricadere negli stessi errori, come a dire che l’esperienza, a volte, non insegna nulla.
Sono tutti di sinistra ma senza essere militanti. Sognatori, idealisti e romantici, niente di più ed è questo il punto di vista che origina le critiche verso una società che antepone i bisogni materiali a tutti gli altri.
Le citazioni forse sono un po’ datate, ma in un romanzo che ha atteso la pubblicazione per circa dieci anni è curioso vedere come, nonostante il tempo trascorso, le vicende siano ancora attuali. Scritto con uno stile scorrevole e con cambi dell’io narrante, il romanzo non ha un ritmo serrato ma non ci sono cadute di stile. Un libro godibile che ha nella semplicità il suo maggior pregio: potrebbe sembrare di mera evasione ma invece mette in campo personalità complicate, condizionate da episodi che ne hanno minato e ne minano le convinzioni.
Non ci sono per nessuno, di Beniamino Cavalli, è solo apparentemente la storia di due giovani. Un tredicenne, Lucio, che nell’arco del narrato diventa maggiorenne, e un trentenne, Giordani, che ha letteralmente rinunciato a vivere a causa di diverse esperienze che hanno segnato la sua esistenza. In questo romanzo la critica al sistema è più corrosiva e spazia in diversi campi. Da quello dello studio a quello del lavoro, dalle regole imposte dalla società all’egoismo della gente, dalla famiglia alla mentalità gretta di chi teme il nuovo.
Gina, compagna di scuola di Lucio, esercita un forte ascendente sul tredicenne. Lo inizia al rock e all’alcol, fino a fargli marinare la scuola e rubare un libro (che poi sarà il filo che lega questa storia a quello di Giordani).
E Lucio inevitabilmente s’innamora. Quando, dopo anni di titubanze, si convince a dichiararsi, Gina lo delude inaspettatamente. Si è messa, da un paio di mesi, con Mirko, un loro amico che è l’esatto prodotto di tutto ciò che hanno sempre odiato, e si prepara ad andare all’Università per cominciare quella vita normale che hanno sempre criticato aspramente.
Giordani, invece, lavora senza alcuna soddisfazione in un’anonima azienda di servizi. Se ne sta sempre ai margini, deciso a non farsi notare, né dai titolari né tantomeno dai colleghi. La sua vita sentimentale è fatta di rapporti occasionali, detesta chi si è omologato e il suo sogno è scrivere un musical rock. La madre iperprotettiva lo tortura rimproverandogli di non essersi ancora sistemato, di vivere con un coinquilino gay e non aver comprato casa, di non aver frequentato l’università e di non sapere cosa fare della sua vita. Gli prepara sempre pranzi ipercalorici, come per sostituire l’affetto di un padre andatosene via di casa quando lui era ancora in fasce.
Giordani vive di abitudini, di gesti ripetuti senza aprirsi al mondo esterno. Non ha mai affrontato alcun tipo di problema preferendo evitare, magari col silenzio, qualsiasi confronto. Anche al lavoro, nonostante le ingiustizie subite, preferisce mantenere un profilo defilato.
Al funerale di un suo collega, a cui partecipa per sfuggire alla routine del lavoro, conosce Emma, la figlia del deceduto. Ne nasce un rapporto affettuoso che carica Giordani di aspettative fino a quando non arriva il momento di stringere e, a questo punto, il suo carattere lo spinge a fuggire, a non affrontare una situazione che potrebbe portargli sofferenza.
Non svelo il finale perché, anche se facilmente intuibile, è un’importante parte integrante dell’intreccio narrativo.
Nonostante la PeQuod abbia presentato testi di maggior spessore sia dal punto di vista stilistico che di contenuto, credo che questi due romanzi siano esperimenti abbastanza riusciti. Il lavoro di critica più o meno indiretta a temi oggi molto sentiti socialmente e l’analisi di comportamenti abbastanza diffusi (come l’aridità dei sentimenti e il guardare sempre al proprio tornaconto personale) si dipanano nelle righe delle trame, insinuandosi con leggerezza e semplicità nel tessuto narrativo. Ma senza risparmiare nessuno.

Riccardo Gigli (Urlo, marzo 2011)
Cassonetti di Gianluca Antoni (peQuod 2010)
Il mondo universitario si determina sempre più come ultimo spazio epico nella vita di oggi. Gianluca Antoni sembra confermarlo nel suo romanzo d’esordio Cassonetti. Il periodo degli studi universitari (sempre più tappa obbligata dell’odierno cursus honorum) è  una vita nella vita, una parentesi aperta sull’incoscenza e l’intraprendenza di ognuno prima che la totale precarietà del futuro carichi le spalle di responsabilità.
Allora ecco comparire tutta l’allegra sequela di cliché che costituiscono questa magica bolla di sapone. (Cliché non in senso negativo, al contrario, per la materia da raccontare il luogo comune diviene il solo realismo possibile, l’unico di cui si nutrono gli ideali naïf degli studenti, e viene da dire per fortuna!). La convivenza forzata con altri scapestrati studenti, la spesa disastrosa fatta con un occhio all’economia, ma con la certezza che se bisogna spendere è bene che sia in birra, gli scherzi idioti, come i cassonetti che danno il titolo al romanzo, che i protagonisti si divertono ad abbandonare lungo la strada per costringere le auto in improbabili gincane.
E come in ogni confortevole bohème che si rispetti motore immobile dell’edulcorato mondo studentesco è ovviamente l’amore. Come quello di Peter, il protagonista, per Valentina, l’eterna chimera sentimentale in cui, prima o poi, tutti si imbattono.
A questo punto però, nel contesto svagato, ironico, in definitiva, giovanile, sin qui delineato, irrompe l’intenzione autoriale a complicare la situazione. Una complessa cifra stilistica fa da controcampo al narrato come a volerlo mettere in discussione. Se il divertimento pare essere l’unico esorcismo possibile alle amarezze della vita, esse sono ribadite, in un certo, senso da un intreccio complicato che obbliga alla riflessione nel momento stesso in cui strappa un sorriso.
Si intende uno sguardo maturo a guidare le peripezie dei giovani protagonisti del romanzo, un regista smaliziato che non si palesa nel racconto ma nel modo di raccontare. Uno scrittore, insomma, abile e convincente, che scopre nella scomposizione delle sequenze narrative la maniera di  rimanere genuino senza apparire ingenuo, approdando a un disincanto intelligente che non rinuncia alla speranza.

Elisabetta Rossi (Il Pendolo, 29/03/2011)
Cassonetti: la danza malinconica dell’eterno ritorno
Un gioiellino avanguardista di grande intensità, Cassonetti: autobiografico, ambientato a Padova; in apparenza, semplice e scorrevole racconto sgangherato degli anni universitari di quattro coinquilini ventenni, è, in realtà, un crogiolo di citazioni, tenuto insieme da un filo del tempo sfilacciato, che disgrega la narrazione, andando avanti e indietro negli anni, in un ciclo infinito che ritorna sempre negli stessi luoghi topici. La storia narra di Peter, studente di psicologia, e dei suoi coinquilini – l’iconoclasta Davide, il politicomane Diego e l’ordinatissimo Matteo e del loro viaggio interiore in quella terra di mezzo, euforica e sonnolenta, che sono gli anni universitari. La struttura narrativa è particolarissima, difficile a descriversi, caratterizzata da paradossi temporali che ci mostrano i ragazzi incontrare loro stessi a più riprese, negli stessi luoghi – tra cui i Cassonetti del titolo – ad anni di distanza, spesso impegnati ad arrabbiarsi, non riconoscendosi, ma anche a osservare loro stessi da angolature diverse, in un eterno ritorno ciclico di sapore nietzchiano.
L’autore, lo psicoterapeuta Gianluca Antoni, l’ha gestato per ben dieci anni prima di darlo alla luce e non lascia davvero niente al caso: il suo racconto è denso di dialoghi, di dirompente ironia – spesso amara –, e le descrizioni sono scarne e intense, quasi più simili a evocazioni. I personaggi sono abbozzati e, il più delle volte, il non detto racconta più di quanto descritto, creando un senso di mistero che avvolge il lettore come un mantello invisibile. Gianluca Antoni ci presenta i suoi protagonisti in tre giornate fondamentali, a distanza di un anno, tutte collegate tra loro e spesso intersecate l’una con l’altra. Crea dunque un mondo quadridimensionale magmatico, ma paradossalmente verosimile che ricorda alcune trovate della trilogia di Ritorno al Futuro di Robert Zemeckis. Da leggere due volte, per ricostruire accuratamente il puzzle narrativo.

Alfonsa Sabatino (RecensioniLibri, 23/02/2011)
Con le braccia a mo’ di ali e i piatti in mano vago per la cucina simulando un aereo in volo
  – Vroom… vroom…vroom.
  – Peter, cosa fai? – chiedono.
  – Apparecchio! – rispondo e dispongo diligentemente le stoviglie sul tavolo.
  – Temo che ti stia scompensando – fa Davide.
  – L’età è quella giusta, no? – convengo.
Salta la luce, silenziosi rimaniamo al buio, solo la fiamma azzurra del gas illumina la stanza.
Poi la domanda di rito.
Cassonetti è un romanzo molto divertente.
L’ironia e l’autoironia dei personaggi accompagnano piacevolmente la lettura, ma se da un lato i dialoghi intrattengono il lettore su un piano goliardico, dall’altro, il modo di trattare il tempo della storia costringe a continue riflessioni.
L’intuizione geniale del modo di narrare gli eventi disorienta il lettore e la colpa è tutta da attribuire alla bravura dello scrittore, che porta i personaggi ad osservarsi mentre compiono le loro azioni, a vedersi dal di fuori di fronte a loro stessi, fino a guardarsi e a trattarsi da estranei.
La costruzione narrativa è il tratto peculiare del libro e risulta da una profonda e originale riflessione dell’autore sul rapporto tra causalità e casualità.
I protagonisti del romanzo sono: Peter, assiduo lettore di annunci matrimoniali, Davide, disincantato osservatore della realtà, Matteo, ostinato maniaco della pulizia, e Diego, inetto slacciatore di reggiseni.
I ragazzi condividono lo stesso appartamento durante gli anni dell’università e il lettore riesce, un po’ alla volta, ad entrare nel loro mondo raccontato in modo spassoso e disimpegnato, con un linguaggio giovane e conciso.
Cassonetti racconta la loro storia, descrivendo tre giornate della loro vita esattamente a distanza di un anno le une dalle altre. Ma il tempo non scorre lineare, stravolge gli eventi, portandoli a incontrare se stessi, senza riconoscersi, mentre compiono le stesse azioni.
Un bel libro da leggere tutto d’un fiato.

Giovanni Pacchiano (IlSole24Ore, 21/02/2011)
Ironia da studenti per sfidare l’esistenza
Arruffato, scanzonato, beffardo. Irrisolto, come il fiume della vita. Ecco ciò che pensiamo del curioso e gradevole romanzo d’esordio di Gianluca Antoni, Cassonetti. E però l’autore (Senigallia, classe 1968), che, apprendiamo dal risvolto, fa lo psicoterapeuta, non dimentica i turbamenti dei quattro giovani protagonisti, studenti universitari, Peter, Davide, Matteo, Diego, che condividono, a Padova, lo stesso appartamento. Cerca, piuttosto, di buttarli su risata e scherzo; l’ironia, insomma, come antidoto alla depressione: l’ombra lunga che aleggia sulla trama. Perché in fondo, oggi, la primissima giovinezza rischia di essere una delle età più vischiose: poche speranze per il futuro, pochi ideali (anche se, da qualche particolare, la storia sembra svolgersi diversi anni fa, è attualissima), e il ripiego su un esistere quotidiano a volte terribilmente serio, a volte perfettamente imbecille. Non a caso, all’inizio, c’è, dei quattro amici, chi, come Peter e Davide, dopo una sera passata all’osteria a «spazzolare il piatto», bere e rimpiangere gli amori perduti, rispettivamente Valentina ed Eleonora –, e chissà se torneranno –, si diverte a piazzare dei cassonetti in mezzo alla strada, costringendo gli automobilisti a rischiose gimcane. O, tanto per variare, a suonare, correndo, l’uno dopo l’altro, i campanelli dei vari portoni. Ragazzate? Mah!
Lo scrittore imbroglia a bella posta la storia dei quattro, racchiusa nel giro di un anno, mescolando il prima e il dopo e puntando, appunto, sull’alternanza di serio e faceto. Tra le pagine più riuscite, le disavventure di Peter, laureando in psicologia, coinvolto suo malgrado in una serie di demenziali esercitazioni di psicodramma. O la sua trovata bizzarra, agli occhi della commissione in sede di tesi di laurea, ma ottima per noi, di studiare le costanti e le dinamiche degli annunci matrimoniali. Non si preoccupa, Antoni, di rendere a tutti i costi simpatici i suoi protagonisti; e per molti versi non lo sono, non essendo mascherati gli egoismi, le debolezze e le piccole manie: ciò che li rende tuttavia più credibili e umani. Come accade anche per Valentina “occhi grigi”, ora dolce ora puntuta e vero grillo parlante: se ne andrà a fare l’Erasmus a Parigi, mollando il suo Peter; salvo poi tornare imperversando, e poi… Ma è il caso di lasciare al lettore l’ingegnosa conclusione del libro.

Zenigata (Writer’s Dream, 18/02/2011)
Quarta di copertina: “Con un cacciavite, una cuffia antirumore e una grande lampada, una di quelle da mille watt o giù di lì, capace anche di illuminare il buco del culo del mondo, ci dirigiamo muti verso casa giurando tra noi di non rifarlo mai più.”
Peter, assiduo lettore di annunci matrimoniali, Davide, disincantato osservatore della realtà, Matteo, ostinato maniaco della pulizia, e Diego, inetto slacciatore di reggiseni, sono compagni d’appartamento. Vivono gli anni universitari barcamenandosi tra imprese goliardiche, crucci esistenziali e amori tormentati. Cassonetti racconta la loro storia, descrivendo tre giornate della loro vita esattamente a distanza di un anno, le une dalle altre. Ma il tempo non scorre lineare, stravolge gli eventi, portandoli a incontrare se stessi, senza riconoscersi, mentre compiono le stesse azioni. Come se la loro vita fosse un interminabile fermo immagine, sospesa nel tempo, fino al finale.
Trama: La trama che di per sé sarebbe semplice – qualche episodio nella vita di un ragazzo studente universitario fuorisede, fra rapporti d’amicizia, d’amore e dubbi esistenziali – è impreziosita da una struttura originale che toglie importanza alla scansione temporale degli eventi per rimescolarla oltre il possibile, facendo riflettere sul caso e sul destino che guidano la vita.
Personaggi: Peter è il personaggio meglio sviluppato, gli altri appaiono sullo sfondo. La psicologia che li fa muovere resta comunque credibile, ma hanno un ruolo che è di supporto al protagonista più che funzionale a creare delle sottotrame. Del regno femminile l’unica protagonista che ha abbastanza spazio è Valentina, la ragazza di cui Peter è innamorato, ma è anche lei poco approfondita. O meglio rimangono poco chiare alcune sue scelte, i suoi sentimenti, come però avviene anche nella vita, quando delle motivazioni degli altri non si riesce mai a comprendere tutto, fino in fondo.
Il protagonista del romanzo è Peter, un giovane studente universitario alle prese con la vita in un appartamento condiviso, gli amici, le ragazze e l’amore, la frustrazione dell’animo da idealista nel vecchio e comodo occidente e le classiche speranze/attese/delusioni del caso. Mentre il tema trattato, che non è ciò che amo frequentare, si discosta poco da parecchia altra narrativa generazionale o intimistica, la struttura del romanzo è originale e ben costruita. Sicuramente un plauso va alla buona resa di questi surreali salti nel tempo e nello spazio. È come se la luce puntata sui personaggi nelle prime scene, venisse via via allargata: quelle che si credevano essere comparse si rivelano come i protagonisti stessi alle prese con altri momenti della propria vita e nel finale il modo in cui tutto si ricompone è, seppur illogico, riuscito e soddisfacente.
Anche la scrittura è sufficientemente scorrevole, mentre un difetto l’ho trovato nei dialoghi: tendono a imitare il parlato, scadendo però alle volte in battute troppo facili, così da dare l’effetto opposto e apparire quindi artificiali. L’uso di una punteggiatura poco canonica per sottolineare lo stupore o altre esclamazioni (ad esempio: ??!!!) non ha aiutato a diminuire questo effetto di farsa.
Ciò che mi ha convinta di meno è il tema. Il mio non prediligere storie di questo tipo può inficiare un po’ il mio giudizio, ma i personaggi sono fin troppo comuni per poter essere pienamente apprezzati. Le riflessioni, le vicende e il sentire sono condivisibili e riconoscibili, ma lo sono troppo. Qualche spunto interessante c’è, ma è poco sfruttato (la passione per gli annunci matrimoniali, ad esempio poteva venire estesa, o l’insana abitudine di spostare i cassonetti al centro strada); l’autore ha preferito riportare in modo fedele (ipotetico?autobiografico?) la vita comune dei quattro inquilini e il solito copione alla lunga stanca. C’è quindi la sensazione di leggere qualcosa di già letto, già vissuto, già sentito e la cornice originale risulta anch’essa poco sfruttata. Peccato perché le capacità per creare qualcosa di più personale sembrano esserci.

Sara (books |blog.it, 10/02/11)
Leggo nelle note biografiche che l’autore del romanzo “Cassonetti”, Gianluca Antoni, ha lavorato dieci anni per portare alla luce questa sua opera prima. E non poteva essere altrimenti, visto che la storia – gli intrecci esistenziali ed amorosi di un gruppo di quattro amici, universitari italiani “qualsiasi” – viene raccontata in almeno metà del libro da un punto di vista meno accelerato, meno “giovane”, più disilluso.
C’è Diego, “che non riuscirebbe a portarsi a letto neanche una puttana”, c’è Davide, il più disincantato dei tre, che si era innamorato di Eleonora senza ben sapere cosa fare, per conquistarla davvero. E poi c’è Matteo, omosessuale, che si lancia in un’ampia disamina sul perchè per fare bene l’amore non importa il sesso della persona con cui lo stai facendo.
E infine c’è Peter, l’anima del racconto, che ha rimorchiato Valentina – rischiando di ritrovarsi con una cubista alle costole, invece che lei – che sta cambiando pelle. Peter che medita con il cane Rimbaud, Peter con l’eterna paura di ritrovarsi in un solitario vicolo cieco, per i casini che combina, e la non-voglia di studio che ha, e nonostante la quale riuscirà, come vedremo, a laurearsi.
“Cassonetti” è però una storia-puzzle in cui l’unico consiglio è quello di leggere facendosi trascinare dal tempo spezzato del racconto, che non segue un ordine cronologico lineare, bensì, appunto, si articola in “frammenti” di narrazione.
Una formula che funziona, secondo me, perchè – se iniziamo a leggere, nelle prime pagine, del rimpianto di Peter per la sua Valentina, e del suo amico Davide per la Ele – ci ritroviamo poi nei capitoli successivi a vedere le due coppie in azione nei primi istanti del loro incontro, nei primi approcci.
Come se una ventata di freschezza, a cose (apparentemente) finite, ci venisse a investire di nuovo, all’improvviso. Leggere una narrazione articolata in questo modo è di certo straniante, ma anche molto piacevole, se ci si lascia trascinare. Dà l’impressione che la vita a volte è un ciclo a spirale, che tutto ritorna, che non esiste un vero momento per dire che la giovinezza è davvero finita.
Che se ti va anche a 40 anni con i tuoi amici puoi metterti a buttare cassonetti in mezzo alla strada e fare il vandalo a svegliare le persone di notte (non si fa!). Basta avere di nuovo vicino gli amici di sempre, non tradire il bene che vuoi alle persone, anche se decidi di andare per una strada diversa.

Marika (i-libri, 31/01/11)
“Deve avere una funzione il dolore. Non è possibile che ci sia così, tanto per esserci. Dio, ammesso che esista, deve averlo pur creato per un motivo. Va bé, di cazzate ne ha fatte tante, ma tante. Le zanzare, per esempio. Cosa esistono a fare le zanzare? Se voleva cibare gli uccelli poteva creare delle palline di carne con le ali. Era sufficiente. Perché fare degli esseri che, oltre a succhiarti sangue e procurarti prurito, riescono, con quel ronzio di merda, a destarti da un sogno erotico con Sharon Stone? Perché non possiamo scopare la Stone nemmeno in sogno? Perché? Ma quando si ha la presunzione di poter creare l’universo in sei giorni… riposandosi il settimo per giunta… È questo che mi fa imbestialire, si è riposato il settimo convinto di aver fatto un buon lavoro. Evidentemente la Stone non è il suo tipo e alle zanzare il sangue celestiale non aggrada. Dico io, poteva metterci qualche giorno in più, che gli costava? C’era forse qualcuno che gli metteva fretta? Gli sarebbe venuto meglio. Un mondo senza zanzare, senza polvere, senza stanchezza… senza dolore“.
Peter è uno studente alle prese con un amore tormentato, che divide l’appartamento con altri tre ragazzi e trascorre le sue giornate tra bevute, bravate e studio svogliato. In “Cassonetti” viviamo la quotidianità degli universitari fuori sede, con l’incubo costante del bagno da pulire, la magia della pausa caffè, l’affitto da pagare e la confusione dei discorsi notturni che spaziano dalle confessioni più intime ai sogni più reconditi e difficili da realizzare.
Il tono colloquiale e i dialoghi fitti che aprono il romanzo non lasciano presagire una struttura narrativa costruita su più livelli, complessa ed intrigante. Ma il lettore attento avrà bisogno solo di poche pagine per intuire che non si trova di fronte ad una banale storia di disagio giovanile, e sorridendo inizierà diligentemente a concentrarsi su ogni particolare per aver ben chiaro il quadro d’insieme. Antoni, infatti, gioca col tempo facendo di una trama apparentemente lineare un circolo di eventi, una giostra di situazioni che si ripetono in un originale déjà vu.
Il ritmo concitato non nega alla riflessione intimistica il suo giusto peso e i momenti dolorosi sono sempre alleggeriti da un’intelligente ironia. Anche il finale rispetta la coerenza dell’intreccio, sicché l’autore può stare tranquillo: il suo Peter non è una delle tante gocce che sparisce senza lasciare segno

Giovanni Frulla (Vivere Senigallia, 28/01/11)
È una prova di scrittura convincente quella che possiamo leggere nelle pagine del romanzo di Gianluca Antoni (Cassonetti, Italic, 2010, 234 pp.), dove vengono descritti, ripercorrendo le varie fasi di una vita universitaria con tutta probabilità molto vicina all’esperienza autobiografica dell’autore, i momenti principali del percorso di un fuorisede, studente di psicologia, perennemente scisso tra i dubbi esistenziali di una età decisamente travagliata e le necessità della vita concreta.
Il romanzo si svolge infatti in un continuo oscillare tra elevate aspirazioni (e sogni idealizzati) e routine quotidiana, di sicuro non esaltante, ma senza ombra di dubbio “viva” e presente.
Cosa si muove davvero nell’animo del protagonista? Non siamo mai in grado di coglierlo con precisione: ed è questo l’aspetto più intrigante della narrazione. Così come nel corso del romanzo da un certo punto in poi non riusciamo più a distinguere, tra spostamenti di scena, arditi e frequenti déjà vu, momenti di rapimento onirico o di pura immaginazione, i piani della realtà dei personaggi, in particolare del personaggio principale, Peter, combattuto nella sua indecisione perenne e vittima di un pessimismo che rischia di far fallire in lui ogni esperienza d’amore e gli impedisce di vivere a pieno e con passione i momenti belli della vita.
Antoni racconta la vicenda di Peter e dei suoi coinquilini con uno stile energico, deciso, evitando elucubrazioni sottili e pesantezze formali, riportando con estremo realismo (a volte anche eccessivo) i dialoghi, le abitudini, i rituali propri di un mondo – quello universitario – che sembra prendere forma dalle sue parole e delinearsi con chiarezza nella fantasia del lettore. Un mondo perennemente insoddisfatto, in fermento, in continuo divenire, alla ricerca di una felicità spesso introvabile e altre volte invece semplicemente esorcizzata da battute di basso profilo, finalizzate a sdrammatizzare la cruda realtà o – più codardamente – a rinviare le scelte decisive.
La vita quotidiana in un appartamento universitario, insomma, dove con estrema naturalezza ci si confronta sui massimi sistemi così come sulle questioni più banali.
Si possono individuare due chiavi di lettura del romanzo (ma potrebbero essere anche di più). Da un lato l’esperienza sofferta della solitudine, alla quale il protagonista vuole sfuggire ma che sembra stargli addosso implacabile: solitudine che spesso si manifesta con una certa estraneità verso il mondo circostante e con la ricerca di emozioni forti (benché passeggere). D’altro canto è ben evidente la tematica ricorrente del tempo che scorre e che spesso spinge l’uomo a ripetersi e a tornare sui suoi passi: nella dimensione ciclica dell’esperienza umana, dipinta in alcune pagine del libro da scene ripetute (o a in alcuni casi ri-narrate da un punto di vista diverso), si racchiude con tutta probabilità quel principio – semplice ma il più delle volte dimenticato – per cui le esperienze passate sono presenti anche nelle nostre scelte future e quello che siamo è anche sicuramente frutto dei nostri trascorsi personali.
Le scelte dell’autore lo portano quindi a sviluppare una storia accattivante in cui le immagini e le situazioni si susseguono rapidamente (ma non per questo senza spontaneità) e in cui spesso – come nella vita concreta – diverse questioni di fondo rimangono irrisolte e molti dilemmi restano inspiegati. Ecco perché l’autore il più delle volte evita di intervenire in maniera intrusiva nella storia per interpretare la realtà: i dialoghi, registrati senza didascalie, lasciano al lettore il compito ingrato di sondare autonomamente le atmosfere che si creano tra i personaggi (maschili e femminili) del racconto e di cogliere quei significati inespressi che spesso anche nella realtà caratterizzano le relazioni tra le persone, segnate spesso da incomprensioni e lacune insanabili.

Debora (SognandoLeggendo.net, 12/01/11)
In “Cassonetti” i protagonisti sono dei giovani studenti prossimi alla laurea. Sicuramente quello che amerete di più sarà Peter, perché di lui si parla di più ed è il protagonista della storia d’amore raccontata (sullo sfondo appaiono quelle dei suoi amici) nonché la più coinvolgente.
In una serata in discoteca, Peter cerca intenzionalmente l’incontro con una cubista bellissima ma priva di contenuti e in questa occasione ne avverrà un altro, però, casuale e fortuito, frutto del destino forse, con una differente ragazza, semplice ed intelligente. Due donne con lo stesso nome, Valentina, ma che danno a Peter due sensazioni completamente diverse.
Un linguaggio semplice, scorrevole e chiaro quello usato dall’autore, con molti dialoghi, dialoghi tra amici. C’è ironia e sarcasmo grazie allo scambio continuo di battute tra i ragazzi, tipiche, direi, ma un po’ ovvie. Antoni ci racconta con questo libro la vita da studenti  e le loro abitudini e quotidianità per lo studio, i loro amori, i divertimenti e gli svaghi. Il loro passatempo preferito, fra gli altri, che dà il pretesto per il titolo del libro, è posiziona cassonetti in mezzo alla strada.
Gianluca Antoni  rappresenta abilmente il mondo giovanile attraverso personaggi variegati, anche a dimostrazione del fatto che i giovani non sono tutti uguali ma hanno diversi modi di vivere, di amare e di divertirsi.
Il libro è bello e scorrevole ma non posso dargli più di tre stelline perché mi ha convinto poco, essendo il mio interesse principale arrivare il prima possibile alla fine per sapere come finiva la storia tra Peter e Valentina. Mi sarebbe piaciuto che si fosse raccontato di più a proposito di Valentina, la quale ci viene descritta solo dal punto di vista di Peter, lasciandoci, così, senza mai sapere quello che lei veramente pensa, possiamo soltanto presupporlo. Forse il punto di vista prettamente maschile e quindi più difficile per me da comprendere.
Ottimo il finale che, probabilmente, lascerà l’amaro in bocca a qualche lettore.

Marco Candida (www.luminol.it, 28/12/2010)
Cassonetti è una storia di studenti universitari interessante, piacevole. Lo diventa soprattutto da pagina sedici quando il protagonista ha il primo dialogo al telefono con la sua ex (impegnata a Parigi a studiare alla Sorbonne). Prima di questo dialogo quello che accade sembra in gran parte solo una serie di cliché ma dopo pagina sedici questi ultimi si trasformano negli ingredienti adatti per questo tipo di storie che se vengono bene possono anche essere parecchio gustose.
In storie come queste le coloriture multietniche del viaggio e lo studio si mescolano, studiare non è restare, ma andarsene: che è un ossimoro dopotutto interessante giacché lo studium latino è parola  impegnativa, evoca polvere, silenzi, stanze chiuse e non viaggio, sesso, incasinamento, paranoie d’amore. Ma tant’è, evidentemente lo studium universitario nel 2010 è diventato questo — specie poi se si sceglie una facoltà del cavolo. Per la verità il romanzo di Gianluca Antoni mostra bene la monotonia della vita dello studente universitario che diventa terreno fertile per il desiderio d’evasione e d’avventura che si finisce per trovare un poco ovunque nel discount sotto casa come in una nottata all’Exodus. Nel romanzo di Antoni tra altre cose curiose, che vivacizzano la narrazione, ho trovato anche una riflessione simpatica sulla monogamia dove si afferma che sarebbe assurdo nutrirsi esclusivamente di Nutella per il solo fatto che ci piace, che ne siamo innamorati. Così anche con le donne cambiare partner non è esattamente un tradimento, ma no. Se mangio un barattolo di marmellata non sto tradendo la Nutella allo stesso modo che se vado con Giuseppina non sto tradendo la mia compagna Maria Giovanna. L’impiccio in questa teoria (diciamolo visto che ne abbiamo la possibilità) è che mentre non fa male cambiare alimento ogni tanto, anzi è salutare, per il sesso è quasi quasi il contrario: bisogna far attenzione – altro che triangoli, rombi, pentagoni…
Di Cassonetti è anche interessante notare quanto sia praticamente inutile raccontarne la trama: e forse questo dopotutto è un buon segnale. Peter, Valentina, Davide, Lara, Matteo, Elena, sono davvero l’everyman e l’everywoman e le loro storie e i loro intrecci sono talmente una fotografia del quotidiano banale dell’universitario medio (prepararsi da mangiare una carbonara o una aglio e olio o una bistecchina, andare alla Feltrinelli a farsi un giro per lasciarsi ammaliare da Pessoa dove aver passato in rassegna titoli e titoli di libri, andare a fare la spesa con l’amico al supermercato e star lì incerti se scegliere caciotta o pecorino o emmental, venire assediati dal compagno d’appartamento che deve fare la cacca mentre si sta sotto la doccia nudi, cose di questo genere, un campionario molto attento, per la verità, di quel che succede o potrebbe facilmente succedere un poco a tutti nella convivenza con compagni d’appartamento) che è inutile davvero star lì a raccontare. Basta dirlo, al lettore, chiaro e netto: questa storia parla di noi. Va però aggiunto che Cassonetti è sì una fotografia, ma che niente ha di cartolinesco. Non mi pare infatti ci siano particolari bellurie e imbellettamenti (sì, forse il nome dell’ex di Valentina Jean-Claude è un po’ da novelas-dipendenti, ma tutto sommato c’è l’ironia dell’autore a stemperare questi dettagli, a rendere il tutto leggero, carino, simpatico).
Però ripetiamolo, perché ci sembra importante: la storia incomincia a pagina sedici. Lì la storia ha la sua impennata o meglio la sua morbida increspatura: perché questa storia non ha spigoli e angoli, non punzecchia, é assai maneggevole, come in fondo é giusto che sia. É a pagina sedici, ad ogni modo, che si presenta il conflitto che fa di questa storia una storia. Sì perché quando diciamo che una storia è un conflitto questo implica che quello che accade al di fuori del conflitto non è davvero interessante, è un contorno inutile, senza molto senso, che senso e interesse lo acquista solo se il conflitto c’è: allora la parte inutile assume una sua funzione, diventa una pausa o una riflessione o un divertissement e insomma può diventare mille cose, ma non è più inutile del tutto, ha un suo compito, c’è un motore che la trasporta da qualche parte.
In questo romanzo pubblicato da Italic (Pequod) il conflitto è tra il quotidiano della vita universitaria e… l’amore, ossia nel caso di Peter, Valentina. Non è proprio come il conflitto tra il capitano Achab e Moby Dick scagliati nel mezzo dell’Oceano Atlantico (anche perché Valentina non ha per niente l’aspetto di una balena, ma al limite solo di un pesciolino d’acqua dolce, magari di un girino),  però pur sempre di un conflitto si tratta. E il conflitto comincia con l’apparizione,  proprio a pagina sedici, di Valentina. Che è poi un po’ quel che accade a tutti quanti noi: la nostra vita non ha molto senso finché non arriva quella pagina lì, che per alcuni può essere a pagina sedici, per altri a pagina trentaquattro, per altri a pagine due. L’importante però è che quella pagina arrivi, accidenti, prima che sia troppo tardi e le pagine finiscano: altrimenti si saranno vissuti (e al limite si avranno da raccontare) solo fatti freddi, segmenti tra loro sconnessi. Insomma quello che questa storia di Antoni ci suggerisce (magari involontariamente) è che non esiste banalità nella necessità. Se la storia è il conflitto e il conflitto è Valentina, la storia è Valentina. Più o meno come l’Iliade è Elena di Troia senza Valentina una storia come questa si autofagociterebbe nel suo titolo: ma questa storia invece a rischiararla, per fortuna, la sua buona stella ce l’ha. 
Gianluca Antoni, classe ‘68, vive a Senigallia. Tra le altre cose, ha pubblicato due guide per aiutare le persone a trovare il lavoro che piace. Cassonetti è il suo primo romanzo.

Gian Paolo Grattarola (www.mangialibri.com, 13/12/2010)
Peter, studente di Psicologia all’Università di Padova, vive attanagliato nella morsa della depressione. Non vi è nulla che riesca a dare un senso alla propria esistenza o che possa rimuovere il suo stato di apatia, a parte la nutella e le inserzioni matrimoniali. Gli altri ragazzi che dividono l’appartamento con lui non se la passano certo meglio. A cominciare da Davide, insieme con il quale, per combattere la noia, di notte rovescia in mezzo alla strada i cassonetti dell’immondizia e suona i campanelli delle abitazioni. Diego, invece, divide le proprie velleità in uguale misura tra reggiseni da slacciare e ideali marxisti; mentre Matteo è il solo incline a mantenere in ordine la casa e a tenersi alla larga da tormentati coinvolgimenti sentimentali. Immobili come Tantalo nel suo specchio d’acqua, tutti e quattro non fanno che iterare la litania della mancata adesione al mondo che li circonda, lasciando che il trascorrere del tempo li sorprenda, nel corso di tre giornate distanti un anno l’una dall’altra, a sovrapporre le proprie vicende senza una logica soluzione di continuità…Segnatevi, tra i giovani italiani esordienti, Gianluca Antoni e il suo Cassonetti. Il senso di questo libro si rivela sin dalle prime pagine, in certo modo programmatiche. Con uno stile serrato e asciutto lo scrittore senigalliese traccia il quadro di una compagnia di studenti universitari, che dividono il proprio tempo tra momenti di amaro sconforto e velleitari tentativi di rivalsa. La forza narrativa di questa storia non deriva da armonia espressiva o da fini intagli psicologici, ma da una persistente angoscia esistenziale, che pervade tanto i personaggi quanto il ritmo stesso delle frasi. La scelta dell’autore di affidarsi a una regia collettiva s’addice a un disegno unitario e molto efficace di comunicazione del disagio giovanile, che porta in luce una strana, imprevedibile tenerezza. Il lettore si appassiona e simpatizza con quei piccoli eroi sbandati nelle scanzonate imprese goliardiche, li compatisce nei tormenti delle disavventure amorose e si commuove nelle inevitabili fragilità di un’ansia irrisolta, tra il fulmineo balenare della speranza e lunghi assolo di tristezza.

Loredana Carloni (www.bellami.it, 14/07/2006)
Il racconto, costruito attorno all’emblematica figura di Peter, giovane studente universitario iscritto alla facoltà di psicologia, propone un soggetto di particolare interesse: il mondo universitario come dimensione esistenziale giovanile.
La storia, organizzata in cinque segmenti narrativi distinti, scandisce momenti di vita attraverso un’alternanza di fatti e pensieri, funzionale alla presentazione del mondo interiore del protagonista, improvvisamente illuminato dallo sbocciare di un amore.
La profonda necessità di esistere di Peter emerge con prepotenza nel corso dell’intera narrazione, attraverso espedienti stilistici dall’autore acutamente scelti ed efficacemente utilizzati. La diversificazione dei livelli narrativi, l’organizzazione circolare della struttura del racconto, il ciclico ripetersi di situazioni e il riproporsi di taluni oggetti, come anche la citazione di noti personaggi e la scelta di nomi, contribuiscono alla costruzione di un intreccio potentemente simbolico.
L’uso di un linguaggio incisivo e di un tono informale, appropriato al contesto di quotidianità che la storia descrive, conferisce all’azione realismo e concretezza. Buona la variazione dei registri linguistici. Un’ironia accattivante caratterizza i dialoghi, così come una poetica levità permea alcune riflessioni introspettive del protagonista che, talvolta, si spingono fino ad una sorta di flusso di coscienza. Tutto ciò contribuisce a rendere la lettura del racconto, dotato di buona fluidità narrativa, coinvolgente e stimolante.
I personaggi, frutto di un’accurata ed approfondita elaborazione psicologica, incarnano una perfetta polifonia corale, nella quale forse stona un po’ solo la cubista Valentina. Una  maggiore attenzione stilistica per questo personaggio che tanto marginale poi non è nell’economia del racconto, sorta di ‘deus ex machina’ che involontariamente diventa il motore di tante splendide emozioni, potrebbe conferire migliore equilibrio a quell’armonia che la storia comunque possiede.
Il titolo del racconto, ”Cassonetti”, ironicamente evocativo, è il ‘filo rosso’ che conduce l’intera narrazione attraverso il microcosmo  di una dimensione giovanile alla ricerca di valori assoluti ed incorruttibili; una metafora del disagio esistenziale e dell’angoscia lacerante che attanagliano la coscienza di Peter, e del suo rifiuto di “essere una delle tante gocce che sparisce senza lasciare segno”.

 

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