Cogò e il Gigante Tempo

Posted on 8 luglio 2011

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Aprì i grandi occhi Cogò, gonfi e assonnati per il lungo sonno. Il sole era già alto e la strada era lì, che lo aspettava. Si alzò, si stiracchiò tutto e s’incamminò. E come ogni mattina non intraprese la strada battuta, no, troppa polvere, ma si diresse nei campi.

E i campi per il bimbo erano il mondo, mondo che tanto amava. I prati, i fiori, gli animali, gli alberi… passava ore e ore a contemplarli e ad ascoltare i suoni della natura, melodia alle sue orecchie. Era un tutt’uno con l’ambiente, in perfetta armonia.

E fu proprio in quella mattina che incontrò Dodi, una piccola farfallina dalle ali variopinte che si posò orgogliosa sul suo naso in un momento di riposo. Amore a prima vista, non c’è dubbio, che li legò a tal punto da diventare una cosa sola. E da quel giorno, la gente parlava di un piccolo santo che appariva e scompariva tra le spighe di grano. Era Cogò quel santo, perché se lo vedevi da lontano ti sembrava avesse un’aureola. Ma non lo era, un’aureola. Era semplicemente la farfallina Dodi che volava in circolo sul suo capo. Uno spettacolo capace di diffondere amore e tenerezza nel cuore del più rozzo boscaiolo.

Il tempo passava e l’estate lasciò il passo all’autunno come il destino vuole dalla notte dei tempi. E in una di quelle mattine che la rugiada dipinge di un bianco innocente, Cogò si accorse che Dodi non batteva più le ali, no, se ne stava lì infreddolita e agonizzante. Era giunta la sua ora. Il bimbo incredulo la prese in mano e cercò di riscaldarla in tutti i modi, ma a nulla servì, perché un bimbo non può nulla sulla natura, proprio nulla. E così che Dodi morì, avvolta dal calore del suo amico più caro.

Dapprima Cogò non capì, non si capacitò di quello che era successo. Dodi non era morta, no, non era possibile. Una lacrima lambì i suoi grandi occhi verdi, poi un’altra e un altra ancora. Non so io per quanto pianse, forse un giorno, forse un anno, forse un secolo, io proprio non lo so. Quello che so è che strinse tra le mani il corpo della farfallina per giorni e giorni, accarezzando di tanto in tanto quelle ali variopinte che mai più avrebbero potuto volare. E so anche che Cogò imprecò contro il mondo, contro la natura, e soprattutto contro il Tempo, inesorabile dittatore, spietato e crudele che scandiva la vita di ognuno. E lo odiava il Tempo, perché si accorse che non solo Dodi, ma tutto ciò che lo circondava prima o poi sarebbe morto. Gli alberi, i fiori, gli animali, i campi… tutto moriva con il passare del tempo. E questo gli uomini lo avevano capito, si diceva, non per altro si accanivano alla ricerca dell’immortalità. Tutto questo pensava seduto sotto l’albero, afflitto e arrabbiato più che mai con il Tempo. Non mangiava, non dormiva, non beveva. Si lasciava andare insomma alla disperazione e al dolore.

Fu allora che la formichina Poppi, passando di lì, indaffarata come solo una formica può esserlo, si preoccupò per l’aspetto deperito del povero bimbo e si fermò a parlare. Capì il motivo del suo dolore e partecipò alla sua sofferenza. Poi gli chiese di accompagnarla di fronte a un bellissimo fiore grande grande giallo giallo e rosso rosso. Guardalo bene Cogò, la formichina disse, che domani questo fiore non ci sarà più. Solo un giorno è destinato a ricevere i raggi del sole, uno solo, oggi. Cogò sgranò gli occhioni verdi e contemplò estasiato la bellezza del fiore consapevole che era l’unica occasione a sua disposizione per apprezzare il suo splendore, la sola e unica occasione. Fu così che il bimbo riscoprì la felicità, semplicemente così. Per la prima volta dopo la morte di Dodi, la prima. E vi assicuro, che era davvero felice, perché di nuovo riusciva ad apprezzare quello che lo circondava. E non solo il fiore grande grande giallo giallo e rosso rosso, non  solo. Ma anche gli alberi, gli animali, i campi e, perché no, anche gli uomini… in fondo tutti esseri con un unico e ineluttabile destino… essere mortali.

Così ringraziò la formichina Poppi, che riprese il suo lavoro, e il Gigante Tempo che, no, non era spietato come credeva, non lo era. Il Tempo era buono, un enorme gigante buono. Il suo compito, sì, può sembrare ingrato a chi non ha occhi per vedere, ma non lo è. A lui spetta di valorizzare tutte le cose, rendendole uniche e finite. È la finitezza che rende il tutto unico e irripetibile, il fatto di avere un tempo definito. E non sconvolgetevi se vi dico che l’eternità esiste, e che risiede nel ricordo che la mente mantiene vivo in onore a tutto ciò che il destino ci ha strappato.

È questo che Cogò capì quel giorno, e forse tante altre cose che non spetta a noi conoscere. So solo che, con il sorriso sulle labbra, il bimbo seppellì la farfallina Dodi dalle ali variopinte intonandole un addio che si disperse nel vento.

Poi spalancò i grandi occhi verdi e gonfi per il lungo piangere. Il sole era ancora alto e la strada era lì che lo aspettava. Si alzò, si stiracchiò tutto e s’incamminò. E anche quel giorno non intraprese la strada battuta, no, troppa polvere, ma si diresse nei campi… un po’ più grande e più forte di prima.

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