L’era del porco di Gianluca Morozzi

Posted on 23 maggio 2011

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Lessi Despero di Gianluca Morozzi anni fa, mi piacque molto. Più volte mi sono detto Ne devo leggere un altro, di romanzo di Gianluca, e più volte me lo sono trovato tra le mani in libreria, ma per una cosa o per un’altra non l’ho fatto mai. Poi, è successo che Gianluca Morozzi mi avrebbe presentato alla Libreria all’Arco di Reggio Emilia, e così mi sono detto È l’occasione per farlo, di leggerlo, un altro romanzo di Gianluca. E così è stato. Ho scelto L’era del porco perché racconta di uno scrittore esordiente che se ne va in giro per l’Italia a presentare il suo libro, e non ci sarebbe voluto molto a identificarsi con Lajos, il protagonista, visto che sto facendo altrettanto. Per fortuna, però, io non sono come Lajos. A Lajos non gliene va dritta una, poverino. Alla fine ti fa un po’ tenerezza e ci speri, che qualcosa gli vada per il verso giusto, ma non vi sto qui a raccontare se poi un po’ di fortuna lo assisterà. Certo è che L’era del porco è un romanzo esilarante, che fa ridere. Lo definirei un romanzo di svago, da leggere sotto l’ombrellone con leggerezza, senza star lì a cercarci chissà quale morale (per il disappunto dell’editore Umbermensch Belasco). I personaggi sono dei poveri sbandati, uno più “fuori” dell’altro, ma legati da una forte amicizia, sincera. (Chi non vorrebbe un amico come l’Orrido disposto a venirti a prendere in capo al mondo a qualsiasi ora e in qualsiasi condizione climatica!?). E alla fine ti ci affezioni, a tutti i Sickboys, e ti viene quasi voglia di andare a un loro concerto (non tanto per la musica, ma per la quinta di reggiseno della Betty!).

Ma la cosa più bella de L’era del porco è l’incipit, davvero magistrale: “Mi piaceva una ragazza, volevo impressionarla, per impressionarla avevo scritto un romanzo, nove racconti e trenta poesie. Lei aveva letto il romanzo, i nove racconti e le trenta poesie, aveva detto Sei bravo, scrivi bene, io li adoro, gli artisti. Poi si era messa con un ultrà neonazista del Lecce.
Non ho ancora capito dov’è che ho sbagliato.”
Uno di quegli incipit che avresti voluto scrivere tu.

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